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L’uomo alla finestra, al piano superiore del suo magazzino di vendita, fissava davanti a sé la forma quadrangolare di piazza Jülichs nel centro della città di Colonia, e più in alto i tetti spioventi delle antiche case che la circondavano su tre lati. Sentiva che il suo percorso terreno stava giungendo al termine e sempre più spesso i pensieri vagavano alla sua giovinezza. Era passato molto tempo da quando, dopo un lungo cammino dai lontani monti della Lombardia, attraverso la Svizzera e su su verso il Belgio, era giunto a Colonia. Rammentava quel viaggio, inimmaginabile per un ragazzo con l’orizzonte limitato dalle montagne che circondavano la sua valle. Un giorno una missiva aveva svelato che oltre i monti esistevano altre terre, città, popoli che parlavano lingue diverse. Rivedeva la carrozza della posta fermarsi al centro del paese di Santa Maria Maggiore, e una piccola folla radunarsi attorno al postiglione che soffiava in un corno. “Farina!” gridava l’uomo dall’alto della carrozza. “Messaggio per la famiglia Farina”.
Così, attraverso una lunga lettera che il prete aveva letto davanti a mezzo paese, era venuto a conoscenza di quello zio un po’ strano che non s’era mai adattato alla vita del montanaro e girava in lungo e in largo per ogni contrada vendendo nastri e pettini per capelli. Ora il parente, che i più ritenevano morto e sepolto da qualche parte, si trovava a Colonia -dovettero farsi spiegare dal postiglione dov’era quella città, perché neanche il prete ne era a conoscenza- al di là, e ancora al di là dei monti, e al di là di sterminate pianure. Lo zio aveva fatto fortuna e ora chiedeva a lui e ai suoi tre fratelli di raggiungerlo. Nella lettera era spiegato il percorso, i luoghi ostili da evitare, quelli dove chiedere ospitalità, e prometteva lavoro per tutti.
I quattro fratelli non si fecero pregare. Era meglio tentare la sorte e partire verso l’ignoto piuttosto che ingegnarsi ogni giorno per mettere insieme una magra cena che non sfamava mai del tutto.
Così partirono e dopo un lungo viaggio giunsero a Colonia. Qui lo zio li impiegò nella bottega o come aiutanti per la vendita delle più svariate mercanzie nei mercati della regione, e dopo un breve tirocinio per apprendere le parole base della nuova lingua, gli affari cominciarono a andare a gonfie vele.
Poi lo zio era morto e i quattro fratelli si erano divisi l’eredità. Qualcuno aveva messo su famiglia e tutti e quattro si erano dedicati ad attività in proprio.
Nella divisione ereditaria a lui, Giovanni Maria, erano toccate le carte dello zio, e, tra le altre cose, la formula di quell’Aqua Mirabilis sempre tanto decantata dal parente, ma che purtroppo in quelle contrade non aveva ottenuto il successo sperato.
Chi ne beveva un sorso torceva la bocca per il disgusto e sputava il liquido. Preferiva tenersi il malanno piuttosto che guarirlo con quella ributtante medicina. La bevanda era infatti amarissima, adatta più ai rustici palati dei montanari che ai gusti raffinati degli abitanti di una città.
Eppure lo zio assicurava che l’Aqua Mirabilis era portentosa per guarire le malattie. Se solo i raffinati concittadini avessero superato la nausea che la bevanda provocava, sarebbero divenuti tutti sani come pesci.
Giovanni Maria rifletteva e d’improvviso ebbe un’illuminazione. Decise di ingentilire il composto con erbe locali, smorzando quel sapore amaro che offendeva il gusto. Da buon montanaro, attraverso l’antico sapere tramandatogli dagli avi, conosceva bene il potere delle erbe e delle radici che servivano per decongestionare, rimarginare ferite, svuotare viscere, creare medicamenti per i malanni che colpivano i bambini, e si mise all’opera. Compose e ricompose la formula, introducendo nuovi elementi e escludendo quelli che rendevano amaro il composto. Decise anche di non utilizzare più l’alcol derivato dalle patate, come aveva fatto negli ultimi tempi lo zio mancandogli quello originato dalla fermentazione dell’uva. Sebbene il tubero fosse disponibile in grande quantità, smorzava il gusto della rinnovata bevanda. Giovanni Maria usò spirito di vino che ravvivava il composto e dopo pochi mesi la nuova Acqua Mirabilis era pronta.
Il successo non si fece attendere. Gli abitanti di Colonia riscoprirono la bevanda che, dopo essere stata sorseggiata, lasciava un buon odore in bocca e attutiva i fetidi miasmi dovuti a cattive digestioni e a denti cariati.
Subito ci fu chi assicurò che l’Aqua era veramente miracolosa e che dopo averne bevuta una bottiglia era guarito dal male di stomaco, qualcun altro dalla gotta, per non parlare dei mille disturbi femminili che scomparivano d’incanto dopo avere ingerito alcuni cucchiai della medicina.
Giovanni Maria Farina si ritrovò d’improvviso sommerso dalle richieste, tanto che per dare ufficialità al preparato e sgombrare il campo da fantasie magiche (poiché chi componeva infusi medicamentosi era in odore di stregoneria) sottopose il prodotto al giudizio dei sapienti dell’Università di Colonia che -dietro lauto compenso- sentenziarono:
“Essa (l’Aqua Mirabilis) è un controveleno contro l’aria mefitica e la peste, guarisce dai battiti di cuore, impedisce malattie cutanee, risana dalle costipazioni del fegato, della milza e degli intestini, caccia le coliche, guarisce la cancrena, male di denti, scorbuto, calcoli biliari, renella, podagra etc”.
Che si trattasse di un rimedio contro la peste, non esiste documentazione medica attendibile, ma che fosse un controveleno per l’aria mefitica che aleggiava in ogni stanza delle misere o nobili case degli abitanti di Colonia, era sacrosanto. Bastava mettere al centro della camera una ciotola di Aqua perché si dileguassero gli odori stagnanti che impregnavano i muri e i mobili della casa. Odori che provenivano da corpi sudati, quasi mai lavati, da deiezioni umane e animali, che ristagnavano in vasi o sul pavimento, da verdure e carni imputridite, da sudiciume generazionale.
Per quei tempi, in cui le malattie si guarivano -per modo di dire- aprendo vene e facendo salassi, l’Aqua Mirabilis di Giovanni Maria Farina (Jean Marie come ormai si faceva chiamare, seguendo la moda di allora che voleva la lingua francese idioma delle classi nobili e borghesi) fu il toccasana.
Le condizioni economiche del commerciante migliorarono, tanto che -abbandonato il piccolo negozio e il commercio di “galanterie”- Farina aprì una piccola fabbrica in Piazza Jülichs. La fama del prodotto raggiunse tutte le province della Renania e oltre, e iniziarono le imitazioni. Le contraffazioni avevano avuto origine allorché alla Porta della Città di Colonia si presentarono acquirenti provenienti da altre regioni chiedendo dove si trovasse la fabbrica dell’Aqua. Dapprima i doganieri indicavano la giusta strada per il laboratorio del Farina, ma ben presto i clienti vennero dirottati da apposite guide poste sulle vie del centro verso altre fabbriche, che, intuito l’affare e scoperta la facilità di fabbricazione, erano nate per sfruttare l’idea del medicamento. Gli affari per Jean Marie Farina non ebbero un tracollo, ma certo avrebbe guadagnato maggiormente se non avesse avuto concorrenti. Pensò quindi di prendere in contropiede gli imitatori evidenziando sull’etichetta il proprio nome e dando così paternità all’Aqua Mirabilis. Gli avversari non si dettero per vinti: se un Farina doveva legalmente figurare come produttore, non restava che adeguarsi alla legge; vennero in Italia e setacciarono le province della Lombardia e del Piemonte in cerca di Farina, nome abbastanza comune in quelle regioni, meglio ancora se Giovanni Maria, per farli divenire, sulla carta, produttori dell’Aqua. Una sfilza di parenti, dietro un compenso più o meno misero, fecero una croce su lunghi contratti che li esentavano da futuri guadagni e, fatto sul quale non avrebbero scommesso un grano di mais, i loro nomi e cognomi cominciarono a comparire su brillanti targhe in ottone a migliaia di chilometri di distanza. Tutti, dopo il primo momento di gloria, ritornarono a faticare nei campi, mentre il prodotto che teoricamente fabbricavano, conosceva un enorme successo.
Era intanto iniziato il drammatico evento che avrebbe contribuito a divulgare la fama dell’Aqua Mirabilis oltre i confini nazionali: la guerra dei Sette Anni che, verso la fine degli anni 50 del secolo XVIII, vide i francesi invadere la Renania.
Nelle loro abituali razzie di casa in casa e nei palazzi delle città conquistate, i Francesi avevano scoperto l’acqua profumata che leniva e disinfettava le ferite (i medici non si rendevano conto del potere sterilizzante dell’alcol, ma gradivano il profumo che attenuava l’odore delle ferite imputridite), e iniziarono a farne largo uso -anche per frizionare le eroiche membra degli ufficiali- chiamandola Eau de Cologne. Di battaglia in battaglia la fama dell’Acqua di Colonia, persa la sua peculiarità di bevanda e acquisita quella di tonico per massaggi, frizioni rinfrescanti e di leggera e sobria esalazione profumata, raggiunse la Russia, l’Inghilterra, l’Italia e ben presto tutta l’Europa. Per Jean Marie Farina gli eserciti erano diventati i migliori clienti, però gli ordinativi -più ancora di una volta- non giungevano solo a lui, ma anche a tutta la miriade di imitatori le cui file s’ingrossavano di mese in mese.
Essenziale per i clienti era acquistare l’“Eau de Cologne di Jean Marie Farina”, e poco loro importava di quale Farina fosse. Per quel Jean Marie che -primo- aveva prodotto l’Aqua Mirabilis, la situazione si trasformò in un incubo. Non era giusto che altri approfittassero del suo lavoro e del suo nome, e cominciò a passare le proprie giornate in tribunale. Gli venne un’altra idea. La sua era l’unica fabbrica con il laboratorio di fronte a Piazza Jülichs. Per distinguersi dalle altre ditte e guidare i clienti nel luogo giusto, fece scrivere sulle etichette l’indirizzo Gegenüber, ovvero “di fronte” a Piazza Jülichs. Per qualche tempo funzionò. I carretti con le ordinazioni si fermavano nel luogo giusto; ma dopo poco tempo ricominciò la confusione. In effetti, solo Jean Marie Farina aveva il laboratorio di fronte a Piazza Jülichs, ma altri lavoravano “di fianco” a Piazza Jülichs, “dietro”, “accanto”, “vicino”, “lontano” da Piazza Jülichs, e di nuovo fu un proliferare di etichette con il nome di una piazza che ben presto era divenuta famosa in tutta Europa.
Tanto tempo era passato. L’uomo fissava la piazza dalla finestra del suo magazzino e lo sguardo saliva a guardare il cielo sgombro di nuvole. Nonostante tutto era un uomo felice: aveva vissuto pienamente una vita che mai il ragazzo spensierato che correva nei prati delle sue montagne avrebbe immaginato. Aveva lavorato duro e si era fatto una posizione. Gli sarebbe piaciuto che un piccolo ricordo rimanesse di lui, di quel viaggio favoloso fatto con i suoi fratelli e di tanta gente guarita, da mali anche solo immaginari, grazie all’Aqua Mirabilis, il suo rimedio contro tutti i dolori.
Jean Marie Farina qualche tempo più tardi tornò al suo paese di origine, Santa Maria Maggiore. Era oramai ricco e famoso. Si spense nel 1766 dopo che i paesani gli avevano dedicato una campana della chiesa chiamandola “Farinella”. In quell’anno, soltanto nella città di Colonia, ben 39 ditte concorrenti di nome Jean Marie Farina fabbricavano Acqua di Colonia, forse l’unico prodotto di Profumeria che stia per entrare nel quarto secolo di produzione, senza conoscere crisi, tramandato di generazione in generazione da miliardi di consumatori.
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