Il profumo nella civiltà araba

Anticamente l’Arabia era definita “felice” perché produceva in abbondanza ogni sorta di prodotti odorosi: gomme e resine come incenso (olibano) e mirra, che erano destinati a essere bruciati o venivano utilizzati nella preparazione di olii, unguenti e pomate profumate. La civiltà araba in particolare, e musulmana in generale, ha sviluppato nel corso dei secoli una cultura del profumo molto raffinata, legata indissolubilmente al culto della rosa (fiore preferito da Maometto) e del gelsomino. Viene attribuita ad Avicenna nell’11° secolo la scoperta del processo di distillazione dell’acqua di rose.

Mentre a Venezia, e poi nel resto dell’Occidente, si sviluppa a partire dal 16° secolo l’uso dell’alcool come conservante e diluente, il profumo in Oriente rimane una miscela di olii essenziali puri: rosa e gelsomino, ma anche muschi, sandalo e ambra, utilizzati come fissativi. Ancora oggi nei paesi arabi vengono particolarmente apprezzati gli attar, di origine indiana, termine che oramai definisce comunemente le fragranze diluite in olio e non in alcool, dagli effluvi molto ricchi e persistenti.

Per tradizione, gusto e cultura il mondo arabo esprime quindi attraverso i suoi aromi una grande sensualità e una ricerca di avvolgenza, mentre l’estrazione mediterranea porta a preferire generalmente note più fresche e vivaci.

Un’essenza tipica di questa parte del mondo, molto rara e costosa, è l’oud che proviene dalla distillazione di una resina che il legno di Aquilaria Agallocha (un albero che cresce in India) produce quando è infettato da agenti batterici.  Conosciuto anche come Agarwood, in Arabia viene bruciato durante alcune cerimonie religiose.

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