Accocciature e tinte per i capelli

Nel 15° secolo, in Italia, il colore biondo di capelli non è una caratteristica genetica molto diffusa. Questo colore è però molto ambìto, soprattutto dalle donne di rango elevato delle corti centro-settentrionali che ricorrono a ritrovati per decolorare e tingere variamente la propria capigliatura, nel tono di biondo desiderato.

L’”arte biondeggiante” ha il suo culmine nel Quattrocento quando, ai principi decoloranti di alcune sostanze, si aggiunge l’azione del sole (o, talvolta, il semplice calore). Le “bionde”, cioè le miscele e le lozioni per schiarire e fare biondi i capelli, procurano effetti diversi a seconda dei princìpi utilizzati: oltre a componenti base – quali la liscia o lisciva, ossia una potente soluzione schiarente risultante dalla bollitura di cenere e acqua poi filtrata – si trovano ingredienti, pigmenti e leganti che danno vita a sfumature di colorazioni molto diverse tra loro.

Le tonalità di biondo cambiano non solo in base alle sostanze decoloranti utilizzate, ma anche a preferenze estetiche di carattere culturale legate alle aree geografiche di provenienza: si distinguono, in modo particolare, il biondo veneziano, il biondo fiorentino e il biondo alla napoletana.

Ricetta “per li capelli di neri gialli”

Tartaro, polvere di zucchero e mele tanto nell’uno quanto nell’altro, distila a limbico: la prima cacia le lentigine, la seconda è per i capelli di neri gialli, e bagnia a la fiorentina, poi che hai lavato il capo e asciutto, e bagnia e asciuga. Una libra di letargirio di piombo, libre 2 di calcina viva, once 3 di galla, scorze di noce verde o seche once 6, aseto forte bocali 6: fa bolire a lento foco una mezza ora, e cola a feltro in mentre è caldo, e co’ l’acqua bagna i capelli.

Leonardo consiglia di usare una miscela composta da tartaro, polvere di zucchero e miele, al modo fiorentino, ovvero raccomanda di inumidire il capo con la lozione, ottenuta per lambicco dalla seconda distillazione, e poi di farlo asciugare e di inumidirlo di nuovo.

Di questo «metodo fiorentino» di colorazione esistono altre ricette, usate e sperimentate non solo in Toscana ma anche a Milano alla corte sforzesca.

Ricetta «A fare capelli di tanè»
‘A fare capelli de tane
tolli noce effa bollire
in lasciua e con essa lasci
ua bagnia el pettine e
poi pettina e asciuga al sole’

La tonalità del colore riportata in questa ricetta si avvicina al color fulvo, o lionato scuro: il tané di cui parla Leonardo deriva dal francese tanné cioè dal colore del guscio delle castagne.

Il biondo veneziano

Le donne veneziane, desiderose di possedere una capigliatura luminosa, non esitano a sottoporsi a lunghissime esposizioni solari, frequentando spesso l’altana sopra il tetto del palazzo, al riparo da occhi indiscreti: qui, dopo aver lavato i capelli, li espongono al sole passandoli e ripassandoli con il pettine mentre la lozione, che cola da una spugna in cima a un fuso, li tiene inumiditi.

Un cerchio di paglia a larga tesa di cappello chiamato “solana”, permette di spargere  al meglio i capelli che fuoriescono dall’apposito foro praticato a livello della calotta, beneficiando così dell’azione diretta del sole e, al contempo, lasciando il volto in ombra e al riparo dai raggi solari, per conservarne l’irrinunciabile candore che l’estetica del tempo impone.

Nel periodo freddo, davanti a un fuoco ardente, le donne veneziane ottengono un biondo di tonalità molto chiara, quasi tendente al bianco, per cui sono costrette ad “affumicare” il capello con dello zolfo giallo per far sì che le chiome diventino bionde come ci informa il medico bolognese Leonardo Fioravanti (1517-1583):

Del modo di far un’altra bionda che si usa à Venetia

‘A Venetia si fa una sorte di bionda, la quale è bellissima, e fa i capelli quasi bianchi; e di questo colore si dilettano molto le Gentildonne Venetiane: e la detta bionda si fa in questo modo, cioè, si piglia di quella lissiua dove è stato cotto dentro la seta alle tentorie, e per ogni libra vi si mette once tre di tartaro calcinato, che sia bianco, e con questa si bagnano i capelli, e poi stanno al sole fin che si asciuttano; e questa, come disopra ho detto, fa i capelli biondi, che quasi più presto pendono al bianco, che altrimenti; e dipoi asciutti, se gli dà il fumo del solfo giallo, il quale li fa più biondi; e questa è al bionda che adoperano la maggiore parte delle donne Venetiane per biondeggiarsi. ‘

Il biondo fiorentino

Nel 1456, la marchesa di Mantova, Barbara di Brandeburgo, manda alla duchessa Bianca Maria Visconti Sforza, tre boccette “d’acqua di Fiorenza” che ha virtù di fare biondi i capelli. Negli anni successivi, sembra avere molto successo l’arte biondeggiante presso le gentildonne milanesi.

Accocciature e tinte per i capelliAl servizio del duca Galeazzo Maria è attestata, in seguito, la presenza di un magistro de profumi che vende alle dame boccette di miscele che ‘si facevan venir di fuori per rendere biondi i capelli’. Si tratta di un certo Philipo da Napoli citato in due lettere ducali – una del 4 luglio 1475 e una del 25 febbraio 1477 – che possono far supporre come, almeno fino a questa data, i ritrovati e le lozioni cosmetiche per imbiondire i capelli venissero probabilmente importati da Napoli.

Dunque le tracce da seguire alla ricerca di lozioni cosmetiche per imbiondire e tingere i capelli presso la corte sforzesca nella seconda metà del Quattrocento, si concentrano sulla Toscana, con riferimento a Firenze, e sulla Campania, con riferimento a Napoli.  

Caterina Sforza nei suoi Experimenti, tra le numerose ricette per imbiondire i capelli, include una versione affine alla biondella toscana che – stando al titolo della ricetta A far Biondi li Capelli come Oro – procura una tonalità di biondo piuttosto calda.

Un’altra ricetta degna di nota, perchè descritta inequivocabilmente come Bionda alla fiorentina, è inclusa nel manoscritto di argomento cosmetico (del 1466) del medico padovano Michele Savonarola: compaiono, tra gli ingredienti principali, sapone, tartaro e olio di taxo e, inoltre, si descrive anche un’altra miscela schiarente che prevede il tartaro ed è ottenuta dall’unione di fiori di ginestra (corpi coloranti gialli/flavonoidi), tartaro delle botti (tartrato di sodio e potassio) e chiara d’uovo da spargere con costanza sui capelli e poi confidare
Accocciature e tinte per i capellinell’aiuto delle lunghe esposizioni al sole.

Nel ricettario di Caterina Sforza si parla anche di color castagnaccio a proposito di una ricetta a base di miele, molto simile a quella annotata da Leonardo da Vinci «per li capelli di neri gialli» e provata personalmente dalla stessa Caterina.

Poichè sia le varie ricette toscane, sia «la bionda alla napoletana» potevano produrre questo tipo di biondo caldo, si deduce come, presso la corte sforzesca ma anche in quella fiorentina de’ Medici e aragonese di Napoli, le dame desiderose di sfoggiare una capigliatura “alla moda aristocratica del tempo” potessero di fatto assumere, grazie a lozioni e bionde, una colorazione di capelli biondo fulvo, simile a quella ritratta ne La Bella Principessa.

Isabella d’Este, sorella di Beatrice, sfoggia un biondo caldo simile a quello de La Bella Principessa: si tratta del colore di cui leggiamo nella ricetta di Leonardo da Vinci “a fare capelli di tané”.
Ricetta dal Nuovo Ricettario Fiorentino del 1498

[…] A fare biondo li capelli
Recipe
Solfo nero on. 6
Allume di feccia bello grosso lbr. 2
Mele buono on. 4
Et tutte le dicte cose incorpora insieme molto bene et destilla per linbiccho che ne uscirà una acqua perfectissima di poi ti bagnarai con una spugna grossa spesso el capo stando al sole quando ti lavi el capo ma ti saperà uno poco di solfo ma ti farà im pochi giorni e capelli biondi.

Biondo alla napoletana

Analoga a quella annotata da Leonardo da Vinci, per uso e ingredienti, è la ricetta inclusa nel Ricettario Galante del principio del secolo XVI

A fare capelli come oro
mele rosato libre doe, et distilla a lambicco a lento fuoco. La prima acqua è buona per la faccia, la seconda qual’è di color d’oro è buona per capelli, et così quando hai il capo lavato con la toa solita lesciva, lassalo ben sciugare, poi piglia di quella acqua, et ongeti li capelli, quali se ranno in meno di quindeci giorni belli come oro.

Come avviene per gli abiti, vi è una vivace rete di scambi aventi per oggetto lozioni e secreti (ovvero ricette per preparati cosmetici e medicinali) tra le varie corti italiane legate da rapporti di parentela e relazioni diplomatiche come, Accocciature e tinte per i capelliad esempio, quella di Caterina Sforza a Forlì con quella dei Medici a Firenze e degli Sforza a Milano, dei Gonzaga a Mantova, degli Este a Ferrara.
Con riferimento ai secreti cosmetici è pertanto altamente probabile che a Milano, presso la corte sforzesca, sia apprezzata proprio la tipica tonalità di biondo-oro caldo che, diffusa a Firenze e poi esportata a Milano, si trova anche presso le corti aragonesi di Spagna e di Napoli, e da qui – negli anni di Filippo da Napoli, magister de’ profumi presso la corte sforzesca – diffusa a Milano attraverso bionde e lozioni per tingere e schiarire i capelli.
Il medico bolognese Leonardo Fioravanti illustra la ricetta della bionda alla napoletana dove gli ingredienti sono diversi da quelli della tradizione cosmetica toscana del 15° secolo, poiché al tartaro si aggiunge in questo caso l’edera e la paglia di orzo.

Del modo di fare bionda per li capilli alla Napolitana

La bionda che usano la maggior parte delle Signore Napolitane è questa cioè, piglia lissiua fortissima libre 12. & dentro mettivi once 12. di tartaro calcinato, legno di edera tagliato minuto, libre due. paglia di orzo libra I.& tutte le sopradette cose sieno messe dentro una boccia benissimo otturata, & messe al sole per alquanti giorni, & quando tal bionda si vuole operare, bisogna che i capelli siano benissimo asciutti, & con quella bagnarli, & stare al sole, & in due ò tre volte diventeranno biondi bellissimi, & di colore molto dilettevole da vedere; & questo è bellissimo & nobilissimo secreto di bionda.

Il coazzone e la sua storia

Accocciature e tinte per i capelliLa dama ritratta ne La Bella Principessa indossa una rielaborazione della cosiddetta acconciatura «alla spagnuola», ovvero coazzone o trenzale, che giunge nell’area padana prima grazie a Isabella d’Aragona e, poi, a Beatrice d’Este.

Il coazzone prevede una lunga treccia o coda, avvolta nel «trenzale», un largo nastro di pannolino, di seta bianca o di tela d’oro, che si avvolge intorno alla treccia fino a nasconderla completamente.

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